Direttore
Simone Ori
Attrice
Eva Cambiale
Attore
Pino Petruzzelli
Giuseppe Verdi
Sinfonia da Nabucco
Ludwig van Beethoven
Secondo movimento “Allegretto” dalla Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
Samuel Barber
Adagio per archi
Gioachino Rossini
“Liberté, redescends des cieux” dal finale dell’opera Guillaume Tell
Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova

SERATA PER LA PACE
Pino Petruzzelli
Papa Leone XIV – durante gli Incontri internazionali per la pace
Con la forza della preghiera, con mani nude alzate al cielo e con mani aperte verso gli altri, dobbiamo far sì che tramonti presto questa stagione della storia segnata dalla guerra e dalla prepotenza della forza e inizi una storia nuova. Non possiamo accettare che questa stagione perduri oltre, che plasmi la mentalità dei popoli, che ci si abitui alla guerra come compagna abituale della storia umana. Basta! È il grido dei poveri e il grido della terra. Basta! Signore, ascolta il nostro grido!
Eva Cambiale
Andrea Riccardi – durante gli incontri internazionali per la pace, Roma 26 ottobre 2025
Dobbiamo realizzare una irruzione di donne e uomini comuni nella storia, senza violenza, tramite la pratica del dialogo, con pensieri fraterni e visioni di pace. In una società frantumata, il dialogo deve ritornare centrale nella vita e nelle relazioni tra i popoli. Osare la pace è liberare il fondo di bontà, che è volontà di pace e di vivere insieme. Questa è la nostra forza che ci fa passare dall’età della guerra all’età del dialogo e del negoziato. Quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace. Perché dialogare è scoprire l’altro come sé stesso.
Giuseppe Verdi, Sinfonia da Nabucco
PINO PETRUZZELLI
dal libro “Gli Ultimi”
Sbarco in Israele nel vecchio porto di Jaffa.
L’acqua sporca del porto è piena di pesci. Cefali. Gli unici che pur di vivere finiscono per sopravvivere in quell’acqua sporca. Sulla banchina un gabbiano dilania un piccione. Il becco è pieno di sangue. Fisso la scena. Il gabbiano è oramai sazio. Si allontana dal piccione. Si alza in volo. Lo seguo con lo sguardo. Ora batte le ali possenti, ora invece plana e si lascia andare su correnti silenziose. È meraviglioso.
Una cinquantina di chilometri e sono a Gerusalemme dove trovo alloggio a pochi passi dall’Orto degli Ulivi. Qui più che altrove, l’ulivo non è solo un albero, ma reliquia che unisce carne e spirito. Prosperità e pace.
O almeno, così dovrebbe.
In tasca ho l’indirizzo che mi ha dato un amico palestinese che abita in Italia. “Vai da lei. È una persona speciale. Vive tra le mura di Betlemme e lavora a Gerusalemme, la città che ama le tombe. È una donna luminosa che non sa rinunciare all’utopia, al sogno malgrado sia maestra nel nasconderlo. Si chiama Suad. È una dottoressa”.
Qualche centinaio di metri e mi ritrovo nella Gerusalemme Est, davanti all’ambulatorio di Suad. Anche lì ulivi. Suono alla porta.
Suad apre. Le dico di aver avuto il suo nome da un amico comune che vive a Genova. Lei accenna un sorriso continuando a fissarmi.
EC: È un caro amico di famiglia. Che posso fare per lei?
PP: Niente di particolarmente difficile. Scambiare due parole. Sono in viaggio per il Mediterraneo.
EC: E Gerusalemme è Mediterraneo?
PP: Gli antichi dicevano che il Mediterraneo arriva fin dove cresce l’ulivo.
EC: Meglio sarebbe dire: dove le mani dell’uomo lo hanno piantato.
PP: Restiamo in silenzio.
EC: Questo è il mio ambulatorio, anche se in Palestina è meglio non ammalarsi: niente apparecchiature, niente medici, niente di niente. È il risultato di un conflitto che porterà alla distruzione di Storia e Popoli. Questa è chiamata Terra Santa, forse, perché è intrisa di sangue. Sangue di persone che dovrebbero lavorare insieme. E non lo dico perché sono buona o sono religiosa. Lo dico solo per egoismo. Perché vorrei stare meglio. Qui, in questa Terra. In questa vita. Che senso ha morire per strada mentre si mangia un gelato o mentre si passeggia o mentre si guarda un tramonto o mentre a letto si fa l’amore con la persona che ami? A quale logica risponde? Non credo a grandi parole, a grandi progetti. Mio figlio ha sette anni e sa tutto di politica. Capisce? Se per strada vede i soldati israeliani o le macchine della polizia con le sirene spiegate, mi chiede subito se qualcuno si è fatto esplodere. Il dolore degli altri per lui non è una notizia sul telegiornale, è qualcosa che vive sulla sua pelle. Un giorno, c’era la seconda intifada, gli israeliani sfondarono la porta e rinchiusero me, mio figlio, mia madre e mio padre in una stanza. Casa nostra divenne il loro quartier generale. Chissà, forse, la posizione sulla collina. Eravamo chiusi nella stanza da letto e potevamo uscire solo per andare in bagno o per prendere qualcosa da mangiare. Il secondo giorno mio padre protestò. Urlò. Uno dei soldati israeliani lo prese e lo scaraventò per terra. Gli diede dei calci e gli infilò la canna del mitra in bocca. Mio figlio vide tutta la scena e scoppiò a piangere. Non la finiva più. Cercavo di calmarlo, ma niente. Il soldato mollò mio padre, ma mio figlio continuava a piangere. Allora un altro soldato, il più giovane, si tolse l’elmetto dalla testa, si avvicinò al mio piccolo, lo prese in braccio e cominciò a farlo giocare.Fu un ebreo a farlo smettere di piangere. Ecco, questa è davvero una storia che vorrei lasciare in eredità a mio figlio. Vorrei dirgli di andare a cercare il figlio di quel soldato, perché è con lui e non con altri che dovrà parlare; e quel soldato, è con gente come mio figlio che dovrà parlare. Credo che la Storia la puoi cambiare solo con piccole azioni quotidiane. Con l’impegno, la volontà quotidiana. Io come madre amo tutti i bambini. Ogni giorno sono qui a curare bambini sia palestinesi sia ebrei. Bambini che sento tutti come miei. Dobbiamo pensare al loro avvenire perché solo così potremo rendere migliore questo Paese. Ma ora devo lasciarla, stanno arrivando i primi bambini del pomeriggio.
PP: Lei vive a Betlemme?
EC: Si, in un castello circondato da alte mura. Arrivederci.
PP: Betlemme è vicina. Voglio andare a vedere il muro. Pochi chilometri e arrivo. Muovo due passi verso il grande muro e mi fermo a guardarlo. È immenso. Più di dieci metri di altezza in cemento armato. Un muro capace di umiliare lo spazio. Una volta al posto del muro c’erano gli ulivi. Il muro è coperto di graffiti, unica ribellione concessa.
Cammino lungo il muro. In basso, vicino al terreno, leggo alcuni versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish.
“Mentre paghi la tua bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre stai per tornare a casa, la tua casa, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
quelli che non trovano da dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
quelli che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
dicendo: magari fossi una candela in mezzo al buio”.
Questi versi sono l’unico segno di civiltà che porta con se il muro.
Poi, è solo un lungo monologo del deserto.
EVA CAMBIALE
Rifaat al-Areer, Se io dovrò morire (traduzione di Simone Sibilio)
Se io dovrò morire,
tu dovrai vivere
per raccontare la mia storia
vendere le mie cose
comprare un pezzo di stoffa
e qualche filo
(magari bianco con una lunga coda)
così che un bimbo, da qualche parte a Gaza
mentre fissa il cielo
in attesa di suo padre
– morto all’improvviso senza dire addio
a nessuno
né alla sua pelle
né a se stesso –
veda il mio aquilone
quello che tu hai costruito
volare alto
e pensare, per un attimo, che sia un angelo
a riportare amore.
Se io dovrò morire,
che porti allora una speranza
che la mia fine sia un racconto.
PINO PETRUZZELLI
Amos Gitai (regista israeliano)
È il conflitto interminabile, estenuante del Medio Oriente
L’affrontarsi caparbio intriso di sudore
Che finirà con le sue forze accecanti
Coll’esaurire la terra
I grandi desideri e il loro destino
E anche la bellezza
Che finirà col cancellare la Storia e le genti
In cambio di un pezzo di terreno prezioso
Per centri commerciali.
Ma si può affrontare tutto ciò in maniera diversa…
Ludwig van Beethoven, Allegretto dalla Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
EVA CAMBIALE
Papa Leone XIV, Incontro con la stampa nell’Aula Paolo VI
La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra.
PINO PETRUZZELLI
dal libroTerra, guerra, radici
A Srebrenica incontro Seo. Gli faccio qualche domanda e lui prende a raccontare.
SEO: Mi mancava Srebrenica. Tre anni fa ci sono tornato. Venti anni da profugo in Olanda potevano bastare. Voglio dire: non si stava mica male in Olanda, tuttavia rivolevo Srebrenica. Allora un giorno lascio l’Olanda e torno a Srebrenica. Appena rimetto piede a Srebrenica vedo solo case distrutte o bucate da pallottole grosse come angurie. Per strada poche persone. «E adesso, che faccio?» Mi dico. Faccio una camminata nella zona delle terme, magari mi vengono delle idee. Arrivo: niente più terme. E nemmeno idee. Vado nella casa dove vivevo coi miei prima della guerra. Entro. Non ci sono stati gravi danni. Tuttavia, mentre sto mettendo in ordine vedo dalla finestra che nella casa difronte c’è qualcuno. Guardo meglio e vedo uno. Chi è, chi non è… Tuttavia dopo un po’ lo riconosco: era Radenko. Non lo vedevo da venti anni. Dalla guerra, diciamo. Radenko era il mio migliore amico. Tutta l’infanzia e l’adolescenza l’abbiamo passata insieme. Allora, apro la finestra e sto per chiamarlo, ma subito mi viene un pensiero: Radenko è serbo e io sono musulmano! Richiudo la finestra. Tuttavia ci penso un po’ e arrivo a una conclusione: vaffanculo ‘ste stronzate! Riapro la finestra e lo chiamo. “Radenko”. “Seo!” Baci, abbracci, pacche sulle spalle. “Radenko, che stai a fare qua?”
“Volevo tornare a casa, Seo. E tu?”
“Volevo tornare a casa pure io”
Con Radenko la guerra ci aveva separati: serbi da una parte, musulmani dall’altra. In Bosnia fino al giorno prima avevamo vissuto insieme e da un momento all’altro: serbi bosniaci e musulmani bosniaci si devono scannare.
Era il 5 luglio del 1995 quando con Radenko ci salutammo.
“Si, fra un’ora ce ne andiamo. Papà dice che è meglio andare in Serbia. Pure se qui sta arrivando l’esercito serbo e noi siamo serbi, è meglio cambiare aria. E voi che fate?”
“Non lo so. Noi siamo musulmani e non abbiamo un altro posto all’infuori della Bosnia”.
Il mattino dopo la famiglia di Radenko era partita. Cinque giorni e a Srebrenica entrò quella merda di Mladic con il suo esercito serbo.
Con mio padre e mia madre andammo a Potocari dove c’erano i Caschi Blu dell’ONU. Loro ci avrebbero difesi, protetti. Per fortuna che ci avrebbero difesi! Coglioni. Arriviamo. L’esercito serbo di Mladic però ci separa: uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Fu l’ultima volta che vidi mio padre. Con mia madre fummo caricati su due pullman diversi. A Kladanj ci fecero scendere. Non riuscivo più a trovare mia madre. Al suo posto un soldato serbo col mitra. Me lo punta addosso e inizia a urlare:
SOLDATO SERBO: Corri! Corri! Bastardo di un musulmano! Correre! Correre! Passa la barricata! Adesso! Corri! Corri! Bravo, corri ancora! Che fai, cadi?! Cadi?! (Silenzio)
Ti chiami Seo, vero?… Ti conosco… Sono lo zio di Radenko… Vi ho visto che da piccoli giocavate insieme… Non è un bel posto questo… Lo sai che adesso io e te rischiamo? … Adesso io alzo quel filo spinato che c’è alla tua destra… Tu passaci sotto… Quando sei oltre, cammina e non ti voltare per nessuna ragione al mondo… E’ un campo minato quello, ma tu cammina lo stesso… Non hai scelta… Segui il sentiero che ti trovi davanti… Duecento metri e sarai nel bosco… Lì ci sono i tuoi… Vai!… Vai!…
SEO: Fu così che mi salvai. Sai che penso? È sbagliato dire che “i serbi” sono responsabili del massacro di Srebrenica. Ogni individuo è responsabile delle proprie azioni. Ogni individuo con tanto di nome e cognome.
Quell’uomo mi ha ridato la vita.
EVA CAMBIALE
Pino Petruzzelli dal libroTerra, guerra, radici
Nel luglio 1995 a Srebrenica fu commesso un genocidio. Ottomila musulmani bosniaci furono uccisi dal generale serbo Ratko Mladic e dal suo esercito. Le vittime dovevano essere solo maschi e di età compresa tra i dodici e i settantadue anni. Furono sepolti in fosse comuni. Ciò che voglio raccontare è un episodio accaduto qualche anno dopo. Arrivo a Srebrenica con due amici e andiamo subito a Potocari. Dove una volta aveva sede la base logistica dei Caschi blu dell’Onu. Una piccola parte di questi edifici era dedicata al sesso: donne musulmane di Srebrenica venivano violentate tanto dai soldati cetnici di Mladic quanto dai soldati olandesi dell’Onu. Mi aggiro tra quel che resta delle stanze. Anche qui le pareti mostrano un mondo passato che oggi diventa memoria nella speranza possa diventare futuro migliore. Disegni di corpi di donne, in atti sessuali: poco hanno a che fare con l’amore e con la vita. Violenze. Vicino a queste stanze il capannone di quella che un tempo era un’industria e che nel luglio del 1995 l’Homo Sapiens Ratko Mladic trasformò in mattatoio.
Nel pomeriggio raggiungiamo il Memoriale dedicato alle vittime del genocidio. Un enorme cimitero dove più di ottomila bianche stele si levano da un prato verde verso il cielo come un’ammutolita preghiera. Più di ottomila epitaffi dedicati al sogno di una umanità capace di opporsi al male.
Tra queste stele incontriamo una madre. È lì che prega. Vorremmo avvicinarci e lei lo permette con un accenno di sorriso. Troviamo il coraggio di chiederle se è al Memoriale perché ha perso qualche parente. Inizia a parlare e ci racconta di lei, di suo marito, di suo figlio e di come furono uccisi. E ci racconta anche di quell’ultimo abbraccio dato a suo figlio. Poi, chissà perché, dopo aver deciso di non disturbarla oltre mi fa un cenno del capo come a chiedermi di seguirla. Lascio gli amici e le vado dietro. Camminiamo sul margine della carrozzabile e ci allontaniamo da Potocari. La donna non parla e mi fa strada. È una giornata assolata. Fa caldo e tolgo la felpa. Si sta bene. Il passo è lento ed è accompagnato dal rumore delle scarpe sul pietrisco. Mi guardo intorno e per la prima volta mi rendo conto della bellezza del paesaggio che ci circonda. Colline di un fitto verde primaverile e campagne deserte provano a riprendersi, attraverso le piante, quelle case ferite. Qua e là anche qualche orto e tutto sotto un cielo azzurro. Questo pianeta è bellissimo, all’uomo la scelta. Arriviamo davanti a una porta d’ingresso. La donna apre ed entriamo nella sua casa. Non c’è nessuno a parte la luce del sole che entra da una finestra senza tenda. La donna mi offre un bicchiere d’acqua. Bevo. Appoggio il bicchiere sul tavolo. Lei mi fa cenno di seguirla. Attraversiamo un breve corridoio e siamo davanti a una porta chiusa. La apre e accende la luce. Un letto singolo e un piccolo tavolo. Appoggiato alla parete uno scaffale con dentro alcuni libri e quaderni. Sul muro la foto di un adolescente con un pallone in mano. Guardo la donna. I suoi occhi ora sono fissi, persi su quel letto ordinato con una coperta di lana. Capisco di essere nella stanza di suo figlio ucciso durante il genocidio. Ora mi guarda la donna. Io non parlo e lei non parla, ma ci capiamo e siamo in comunione. I suoi occhi sono asciutti. Secchi. Come se ogni lacrima non abitasse più lì. Immagino questa donna, questa madre fino a poco tempo prima affacciarsi a questa porta e vedere suo figlio studiare. Chiedergli cosa avesse voglia di mangiare a cena. Che lavoro gli sarebbe piaciuto fare da grande. Come era andata la partita a pallone del giorno prima… Ora invece questa stanza è vuota. Vuota per sempre. Come i suoi occhi: vuoti, vuoti per sempre.
Chissà, forse i tanti governanti che qua e là per il pianeta credono nella guerra come risoluzione dei problemi non hanno mai incrociato gli occhi di questa madre di cui non conosco e non conoscerò mai il nome.
O forse loro, non più umani, li hanno incrociati senza essere capaci di vederli.
Samuel Barber, Adagio per archi
PINO PETRUZZELLI
dal libro L’ultima notte di Dietrich Bonhoeffer
Avevo dodici anni, era l’aprile del 1918 e la Guerra stava per finire.
Ricordi Walter, fratello mio, la canzone che ti cantai la sera prima della tua partenza per il fronte? Ho sempre amato cantare, per tanto tempo sono stato indeciso se prendere il cammino della musica o della teologia, e quella sera suonai e cantai per te: “… Dio ti assista nel tuo viaggio…”.
Eravamo tutti in stazione, dove i nostri genitori e noi sette fratelli ti avevamo accompagnato. Mamma ti abbracciò: “Sarà solo lo spazio a separarci.” Ti disse. Andavi in guerra perché la Germania, la nostra patria, aveva bisogno di soldati giovani e coraggiosi. Con il tuo zaino in spalla stavi partendo. Salivi sul treno quando mi lanciasti un’occhiata e mi strizzasti l’occhio. Io ti risposi con un sorriso e fissai lo sguardo sui tuoi scarponi che salivano il predellino per poi sparire nel vagone. Due settimane dopo, era una bella giornata di maggio. Una di quelle giornate in cui sei convinto che non potrà accadere nulla di male. Papà era appena uscito di casa e stava salendo in auto. Andava al lavoro. Andava in quella clinica che dirigeva e che non poteva fare a meno della sua scienza. Arrivò un ragazzo. Aveva in mano due buste. “Il professore Karl Bonhoeffer? C’è un telegramma per lei.” Papà lo aprì lì, sulla strada. Scartava e fissava il ragazzo. Lesse. Il viso si fece bianco. Rientrò in casa, andò nello studio e crollò sulla sedia dietro la scrivania. Poi incrociò le braccia sul tavolo e vi appoggiò la testa. Pochi minuti e raggiunse nostra madre nella camera da letto: “Walter è ferito gravemente”.
E poi il tuo funerale, fratello mio, con il carro, i cavalli bardati di nero. Papà, i parenti. E tante persone, anche loro vestite di nero. Tutti insieme verso la chiesa. Mamma aveva il viso bianchissimo e sembrava anche lei morta. Non l’ho mai vista piangere tanto.
Ho sempre immaginato mia madre dopo la morte di mio fratello andare avanti e indietro, avanti e indietro nella stanza vuota di suo figlio con gli occhi pieni di lacrime.
Quella stessa stanza dove, fino a poco tempo prima, entrava e vedeva il suo Walter studiare.
Quella stessa stanza, invece, ora, era vuota.
Questa è la guerra.
EVA CAMBIALE
Papa Leone XIV, Discorso al corpo diplomatico, maggio 2025
Pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento.
Nella prospettiva cristiana – come anche in quella di altre esperienze religiose – la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace». Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.
PINO PETRUZZELLI
dal libroTerra, guerra, radici
Ci sono giorni in cui lo sconforto per ciò che vedo intorno mi attanaglia e allora vado su una collina sopra il mare. Un posto quasi inarrivabile. Lì c’è una roccia su cui siedo con la schiena poggiata alla pietra.
In primavera, vedo passare uccelli migratori: tordi, aironi, upupe. Ogni volta mi chiedo da dove vengano e verso dove siano diretti questi uccelli. Li accoglieranno bene, gli uccelli di quei luoghi?
Resto lì, seduto sulla mia collina, in silenzio.
A scaldarmi sotto il sole.
Ulivi, mare.
E in quel silenzio
mi pare di poter ripartire
e continuare a sperare.
A rinascere.
A sognare di rinascere.
Non è solitudine, è silenzio.
Silenzio che si appoggia sul silenzio
e lava le ferite e le rimargina.
EVA CAMBIALE
Maram Al-Masri – Preparerò un mondo
Preparerò un mondo
dove non esistono le armi
né la guerra.
Un mondo dove le madri
non fanno distinzione tra i propri figli
e i figli di un’altra donna.
Un mondo che non fa differenza
tra gli uomini
un mondo nuovo
dove non contano né la gloria
né la sconfitta.
Preparerò un mondo
che non crede all’Arca di Noè.
Un mondo
dove nessuno è senza casa
e dove nessuno muore
di freddo o di fame.
Un mondo
dove l’Io è il Noi
e il Noi è l’Io.
Preparerò un mondo
ingenuo
e sincero
come questa poesia.
LETTRICE DI SANT’EGIDIO
appello di pace letto a Roma il 28 ottobre 2025 a conclusione della preghiera internazionale
Donne e uomini di differenti religioni, cercatori di pace, amici del dialogo, persone di buona volontà, ci siamo raccolti a Roma. Ci siamo ascoltati. Abbiamo pregato per la pace secondo le nostre diverse tradizioni religiose, portando nel cuore il dolore di tanti popoli per le guerre in corso. Abbiamo constatato le scandalose disuguaglianze, il disinteresse verso il creato e la vita delle future generazioni. Abbiamo compreso ancor più profondamente che davvero “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”, che è “un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male” (Fratelli Tutti, 261).
È questo il tempo di osare, per aprire vie di pace. Non si può aspettare. Non possono aspettare milioni di bambini, anziani, donne, uomini che subiscono le conseguenze della guerra.
Una globalizzazione senz’anima ha dilapidato tra i popoli il sentimento di un destino comune. Si sono esaltate le differenze e le inimicizie, tra genti e persone. Antichi fantasmi sono riemersi, facendo rivivere nazionalismi e odi etnici e razziali, incoraggiando la paura, abbagliati e confortati dalla produzione di ricchezze immense in mano, però, a pochissimi.
La pratica della forza calpesta il diritto internazionale, indebolisce le istituzioni nate all’indomani della Seconda Guerra Mondiale per liberare il mondo definitivamente dal flagello della guerra. Promuove violenza e aggressività, giustifica i conflitti tra i popoli e crea spaesamento e paura nella società. Le guerre illudono che il futuro migliore è contro l’altro e senza l’altro.
Le religioni sanno che non c’è mai futuro senza l’altro.
Nel mondo c’è un’immensa sete di pace, disarmata e disarmante. La pace è la domanda inascoltata di popoli interi, dei profughi, dei bambini, delle donne.
Non c’è futuro se la guerra si sostituisce alla diplomazia e al dialogo nella soluzione dei conflitti.
Per questo impegniamo noi stessi e chiediamo ai responsabili del mondo un cambiamento di paradigma: rimettiamo al centro la comunità umana. Impariamo di nuovo l’arte del vivere insieme. Costruiamo ponti e non muri. Fermiamo le guerre e apriamo il tempo della riconciliazione, per una sicurezza fondata sul dialogo e non sull’escalation della produzione e della minaccia delle armi. Le future generazioni ringrazieranno chi ha mavuto il coraggio di osare per la pace. Abbandoniamo il tempo della forza e inoltriamoci nel tempo del dialogo e della negoziazione, che solo può dare pace e sicurezza.
Le religioni offrono quello che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la sapienza, il valore della vita, il perdono. Sono fermamente consapevoli che i popoli formano un’unica comunità, con un destino comune. Rivolgono con fede la loro preghiera perché si spenga ogni odio e sia consolato ogni cuore affranto.
Nessuna guerra è santa, solo la pace è santa!
Dio conceda al mondo il dono preziosissimo della pace.
Gioachino Rossini, “Liberté, redescends des cieux” da Guillaume Tell
