Basso
Simon Lim
Pianoforte
Claudio Marino Moretti
Dmítrij Šostakovič
Chetyre Monologa (Quattro monologhi) su testi di Aleksandr Puškin op. 91
Suite su versi di Michelangelo Buonarroti op. 145
Quattro monologhi) su testi di Aleksandr Puškin
1 Frammento
In una capanna ebraica una lampada
flebile in un angolo arde.
Di fronte la lampada un vecchio
legge la Bibbia. Grigi
i capelli cadono sul Libro.
Sulla culla vuota
piange la giovane ebrea.
Siede all’altro angolo, la testa
china, il giovane ebreo,
profondamente immerso nei pensieri suoi.
Nella triste capanna la vecchietta
prepara un pasto tardivo.
Il vecchio, chiuso il Sacro Libro,
serra i fermagli d’ottone.
Posa la vecchina la povera cena
sul tavolo e chiama la famiglia intera.
Non viene nessuno, dimentichi del cibo.
Scorrono nel silenzio le ore.
Tutto si è addormentato sotto l’ombra della notte.
La capanna ebraica non un sol
sogno gratificante ha visitato.
Sul campanile cittadino
batte la mezzanotte. – All’improvviso con mani pesanti
bussano da loro. La famiglia sussulta,
si alza il giovane ebreo e la porta
con stupore si spalanca –
Ed entra uno sconosciuto viandante.
Nelle sue mani un bastone da cammino…
Traduzione di Claudia Palazzo
2 Che t’importa del mio nome?
Che t’importa del mio nome?
Esso morirà, come il triste rumore
Dell’onda, che batte contro una lontana riva,
Come un suono notturno in un profondo bosco.
Esso sul foglietto di un album
Lascerà una morta traccia, simile
Al ricamo di una iscrizione tombale
In una lingua sconosciuta
Che c’è in questo nome? Da tempo dimenticato
Nelle agitazioni nuove e ribelli,
Alla tua anima esso non darà
Puri, teneri ricordi
Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,
Pronuncialo con nostalgia;
Dì: c’è una memoria di me,
C’è al mondo un cuore nel quale io vivo…
Traduzione di Eridano Bazzarelli
3. Nel profondo delle miniere siberiane
Nel profondo delle miniere siberiane
conservate la superba pazienza,
non sarà vana la vostra dolorosa fatica
e l’alta aspirazione dei pensieri.
Della sventura sorella fedele,
la speranza nell’oscuro sottosuolo
sveglierà l’ardire e l’allegria,
giungerà il momento desiderato:
L’amore e l’amicizia fino a voi
arriveranno attraverso i cupi catenacci,
come nelle vostre tane d’ergastolo
arriva la mia libera voce.
I pesanti ceppi cadranno;
le prigioni crolleranno – e la libertà
vi accoglierà gioiosamente all’uscita,
e i fratelli vi riconsegneranno la spada.
Traduzione di Claudia Palazzo
4 L’addio
Il tuo volto una volta ancora
Con la mente oso carezzare,
In sogno con la forza del cuore,
Con diletto triste esitante,
Il tuo amore per me ricordare.
Il nostro tempo fugge via
Tutto muta e porta via con sé,
Per il tuo poeta, diletta mia,
Di tenebra tu sei già vestita,
E anche il poeta è morto per te.
Accogli dunque, amica lontana,
L’addio del mio cuore attristato.
Come sposa che vedova rimane,
Come amico che abbraccia in silenzio
Un amico che viene esiliato.
Traduzione di Paolo Statuti
Suite su versi di Michelangelo Buonarroti
1 Signor, se vero è alcun proverbio antico
Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è ben quel, che Chi può, mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole,
e premiato chi è del ver nimico.
Io sono, e fui già tuo buon servo antico;
a te son dato come i raggi al sole;
e del mio tempo non t’incresce o duole,
e men ti piaccio se più m’affatico.
Già sperai ascender per la tuo altezza;
e ‘l giusto peso, e la potente spada
fassi al bisogno, e non la voce d’Ecco.
Ma ‘l cielo è quel ch’ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se vuol ch’altri vada
a prender frutto d’un arbor ch’è secco.
2 Quanto si gode, lieta e ben contesta
Quanto si gode, lieta e ben contesta
di fior, sopra’ crin d’or d’una, grillanda;
che l’altro inanzi l’uno all’ altro manda,
come ch’il primo sia a baciar la testa!
Contenta è tutto il giorno quella vesta
che serra ‘l petto, e poi par che si spanda;
e quel c’oro filato si domanda
le guanci, e ‘l collo di toccar non resta.
Ma più lieto quel nastro par che goda,
dorato in punta, con sì fatte sempre,
che preme e tocca il petto ch’egli allaccia.
E la schietta cintura che s’annoda.
Mi par dir seco: qui vo’ stringier sempre!
Or che farebbon dunche le mie braccia?
3 Dimmi di grazia, amor, se gli occhi i mei
Dimmi di grazia, amor, se gli occhi mei
veggono ‘l ver della beltà ch’aspiro,
o s’io l’ho dentro allor che, dov’ io miro,
veggio più bello el viso di costei.
Tu ‘l de’ saper, po’ che tu vien con lei
a torm’ ogni mie pace, ond’ io m’adiro:
Nè vorre’ manco un minimo sospiro,
nè men ardente foco chiederei.
La beltà che tu vedi è ben da quella;
ma crescie poi ch’a miglior loco sale,
se per gli occhi mortali all’alma corre.
Quivi si fa divina, onesta e bella,
com’ a sè simil vuol cosa immortale:
Questa, e non quella, a gli occhi tuo’ precorre
4 Com’arò dunche ardire
Com’arò dunche ardire
Senza vo’ ma’, mio ben, tenermi ‘n vita,
S’io non posso al partir chiedervi aita?
Que’ singulti, e que’ pianti, e que’ sospiri
Che ‘l miser core voi accompagnorno,
Madonna, duramente dimostrorno
La mia propinqua morte e’ miei martiri.
Ma se ver è che per assenzia mai
Mia fedel servitù vadia in obblio,
Il cor lasso con voi, che non è mio.
5 Qua si fa elmi di calici e spade
Qua si fa elmi di calici e spade,
e ‘l sangue di Cristo si vend’ a giumelle,
e croce e spine son lance e rotelle;
e pur da Cristo pazienzia cade!
Ma non c’arivi più ‘n queste contrade,
chè n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,
poscia che a Roma gli vendon la pelle;
e èci d’ogni ben chiuso le strade.
S’ i’ ebbi ma’ voglia a posseder tesauro,
per ciò che qua opera da me è partita,
può quel nel manto che Medusa in Mauro.
Ma se alto in cielo è povertà gradita,
qual fia di nostro stato il gran restauro,
s’ un altro segno amorza l’altra vita?
6 Dal ciel discesce, e col mortal suo, poi
Dal ciel discesce, e col mortal suo, poi
che visto ebbe l’inferno giusto e ‘l pio,
ritornò vivo a còntemplare Dio,
per dar di tutto il vero lume a noi:
Lucente stella, che co’ raggi suoi
fe chiaro, a torto, el nido ove naqqu’ io;
nè sare ‘l premio tutto ‘l mondo rio:
Tu sol, che la creasti, esser quel puoi.
Di Dante dico, che mal conosciute
fur l’opre suo da quel popolo ingrato,
che solo a’ iusti manca di salute.
Fuss’ io pur lui! c’a tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo, con la virtute,
dare’ del mondo il più felice stato.
7 Quante dirne si de’ non si può dire
Quante dirne si de’ non si può dire,
chè troppo agli orbi il suo splendor s’accese:
Biasmar si può più ‘l popol che ‘l offese,
c’al suo men pregio ogni maggior salire.
Questo discese a’ merti del fallire,
per l’util nostro, e poi a Dio ascese:
E le porte che ‘l ciel non gli contese,
la patria chiuse al suo giusto desire.
Ingrata, dico, e della suo fortuna
a suo danno nutrice; ond’ è ben segnio,
c’ a’ più perfetti abonda di più guai.
Fra mille altre ragion sol ha quest’ una:
Se par non ebbe il suo esilio indegnio,
simil uom nè maggior non naqque mai.
8 Se’l mie rozzo martello i duri sassi
Se’l mie rozzo martello i duri sassi
forma d’uman aspetto or questo o quello,
dal ministro, ch’el guida iscorgie e tiello,
prendendo il moto, va con gli altrui passi:
Ma quel divin, ch’in cielo alberga e stassi,
altri, e sè più, col proprio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perchè ‘l colpo è di valor più pieno
quant’ alza più se stesso alla fucina,
sopra ‘l mie, questo al ciel n’è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
s’ or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo, c’ al mondo era solo.
9 La Notte, che tu vedi in sì dolci atti
Caro m’ è ‘l sonno, e più l’esser di sasso
La Notte, che tu vedi in sì dolci atti
dormir, fu da un Angelo scolpita
in questo sasso, e perchè dorme ha vita:
Destala, se nol credi, e parleratti.
Caro m’ è ‘l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ‘l danno e la vergogna dura:
Non veder, non sentir, m’ è gran ventura;
però non mi destar, deh! parla basso.
10 Di morte certo, ma non già dell’ora
Di morte certo, ma non già dell’ora;
la vita è breve, e poco me n’avanza;
diletta al senso è non però la stanza
a l’alma, che mi priega pur ch’ i’ mora.
Il mondo è cieco, e ‘l tristo esempio ancora
vince e sommerge ogni prefetta usanza;
spent’ è la luce, e seco ogni baldanza;
trionfa il falso, e ‘l ver non surge fora.
Deh quando fie, Signor, quel che s’aspetta
per chi ti crede? ch’ ogni troppo indugio
tronca la speme, e l’ alma fa mortale.
Che val che tanto lume altrui prometta,
s’ anzi vien morte, e senz’ alcun refugio
ferma per sempre in che stato altri assale?
11 Qui vuol mie sorte c’anzi tempo i’ dorma
Qui son morto creduto; e per conforto
Qui vuol mie sorte c’anzi tempo i’ dorma:
Nè son già morto: e ben c’ albergo cangi,
resto in te vivo, c’ or mi vedi e piangi;
se l’un nell’altro amante si trasforma.
Qui son morto creduto; e per conforto
del mondo vissi, e con mille alme in seno
di veri amanti: adunche, a venir meno, per tormen’ una sola non son morto.
