DO 21/12/2025 Ore 11:00 Biglietti non più disponibili
Dove:
Teatro Carlo Felice – Primo foyer

 

 

Šostakovič 50

Claudio Marino Moretti per gli appuntamenti con la musica vocale da camera. Musiche di Dmítrij Šostakovič

Basso
Simon Lim

Pianoforte
Claudio Marino Moretti

Dmítrij Šostakovič

Chetyre Monologa (Quattro monologhi) su testi di Aleksandr Puškin op. 91

Suite su versi di Michelangelo Buonarroti op. 145

Quattro monologhi) su testi di Aleksandr Puškin

1 Frammento

In una capanna ebraica una lampada

flebile in un angolo arde.

Di fronte la lampada un vecchio

legge la Bibbia. Grigi

i capelli cadono sul Libro.

Sulla culla vuota

piange la giovane ebrea.

Siede all’altro angolo, la testa

china, il giovane ebreo,

profondamente immerso nei pensieri suoi.

Nella triste capanna la vecchietta

prepara un pasto tardivo.

Il vecchio, chiuso il Sacro Libro,

serra i fermagli d’ottone.

Posa la vecchina la povera cena

sul tavolo e chiama la famiglia intera.

Non viene nessuno, dimentichi del cibo.

Scorrono nel silenzio le ore.

Tutto si è addormentato sotto l’ombra della notte.

La capanna ebraica non un sol

sogno gratificante ha visitato.

Sul campanile cittadino

batte la mezzanotte. – All’improvviso con mani pesanti

bussano da loro. La famiglia sussulta,

si alza il giovane ebreo e la porta

con stupore si spalanca –

Ed entra uno sconosciuto viandante.

Nelle sue mani un bastone da cammino…

Traduzione di Claudia Palazzo

2 Che t’importa del mio nome?

Che t’importa del mio nome?

Esso morirà, come il triste rumore

Dell’onda, che batte contro una lontana riva,

Come un suono notturno in un profondo bosco.

Esso sul foglietto di un album

Lascerà una morta traccia, simile

Al ricamo di una iscrizione tombale

In una lingua sconosciuta

Che c’è in questo nome? Da tempo dimenticato

Nelle agitazioni nuove e ribelli,

Alla tua anima esso non darà

Puri, teneri ricordi

Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,

Pronuncialo con nostalgia;

Dì: c’è una memoria di me,

C’è al mondo un cuore nel quale io vivo…

Traduzione di Eridano Bazzarelli

3. Nel profondo delle miniere siberiane

Nel profondo delle miniere siberiane

conservate la superba pazienza,

non sarà vana la vostra dolorosa fatica

e l’alta aspirazione dei pensieri.

Della sventura sorella fedele,

la speranza nell’oscuro sottosuolo

sveglierà l’ardire e l’allegria,

giungerà il momento desiderato:

L’amore e l’amicizia fino a voi

arriveranno attraverso i cupi catenacci,

come nelle vostre tane d’ergastolo

arriva la mia libera voce.

I pesanti ceppi cadranno;

le prigioni crolleranno – e la libertà

vi accoglierà gioiosamente all’uscita,

e i fratelli vi riconsegneranno la spada.

Traduzione di Claudia Palazzo

4 L’addio

Il tuo volto una volta ancora

Con la mente oso carezzare,

In sogno con la forza del cuore,

Con diletto triste esitante,

Il tuo amore per me ricordare.

Il nostro tempo fugge via

Tutto muta e porta via con sé,

Per il tuo poeta, diletta mia,

Di tenebra tu sei già vestita,

E anche il poeta è morto per te.

Accogli dunque, amica lontana,

L’addio del mio cuore attristato.

Come sposa che vedova rimane,

Come amico che abbraccia in silenzio

Un amico che viene esiliato.

Traduzione di Paolo Statuti

Suite su versi di Michelangelo Buonarroti

1 Signor, se vero è alcun proverbio antico

Signor, se vero è alcun proverbio antico,

questo è ben quel, che Chi può, mai non vuole.

Tu hai creduto a favole e parole,

e premiato chi è del ver nimico.

Io sono, e fui già tuo buon servo antico;

a te son dato come i raggi al sole;

e del mio tempo non t’incresce o duole,

e men ti piaccio se più m’affatico.

Già sperai ascender per la tuo altezza;

e ‘l giusto peso, e la potente spada

fassi al bisogno, e non la voce d’Ecco.

Ma ‘l cielo è quel ch’ogni virtù disprezza

locarla al mondo, se vuol ch’altri vada

a prender frutto d’un arbor ch’è secco.

2 Quanto si gode, lieta e ben contesta

Quanto si gode, lieta e ben contesta

di fior, sopra’ crin d’or d’una, grillanda;

che l’altro inanzi l’uno all’ altro manda,

come ch’il primo sia a baciar la testa!

Contenta è tutto il giorno quella vesta

che serra ‘l petto, e poi par che si spanda;

e quel c’oro filato si domanda

le guanci, e ‘l collo di toccar non resta.

Ma più lieto quel nastro par che goda,

dorato in punta, con sì fatte sempre,

che preme e tocca il petto ch’egli allaccia.

E la schietta cintura che s’annoda.

Mi par dir seco: qui vo’ stringier sempre!

Or che farebbon dunche le mie braccia?

3 Dimmi di grazia, amor, se gli occhi i mei

Dimmi di grazia, amor, se gli occhi mei

veggono ‘l ver della beltà ch’aspiro,

o s’io l’ho dentro allor che, dov’ io miro,

veggio più bello el viso di costei.

Tu ‘l de’ saper, po’ che tu vien con lei

a torm’ ogni mie pace, ond’ io m’adiro:

Nè vorre’ manco un minimo sospiro,

nè men ardente foco chiederei.

La beltà che tu vedi è ben da quella;

ma crescie poi ch’a miglior loco sale,

se per gli occhi mortali all’alma corre.

Quivi si fa divina, onesta e bella,

com’ a sè simil vuol cosa immortale:

Questa, e non quella, a gli occhi tuo’ precorre

4 Com’arò dunche ardire

Com’arò dunche ardire

Senza vo’ ma’, mio ben, tenermi ‘n vita,

S’io non posso al partir chiedervi aita?

Que’ singulti, e que’ pianti, e que’ sospiri

Che ‘l miser core voi accompagnorno,

Madonna, duramente dimostrorno

La mia propinqua morte e’ miei martiri.

Ma se ver è che per assenzia mai

Mia fedel servitù vadia in obblio,

Il cor lasso con voi, che non è mio.

5 Qua si fa elmi di calici e spade

Qua si fa elmi di calici e spade,

e ‘l sangue di Cristo si vend’ a giumelle,

e croce e spine son lance e rotelle;

e pur da Cristo pazienzia cade!

Ma non c’arivi più ‘n queste contrade,

chè n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,

poscia che a Roma gli vendon la pelle;

e èci d’ogni ben chiuso le strade.

S’ i’ ebbi ma’ voglia a posseder tesauro,

per ciò che qua opera da me è partita,

può quel nel manto che Medusa in Mauro.

Ma se alto in cielo è povertà gradita,

qual fia di nostro stato il gran restauro,

s’ un altro segno amorza l’altra vita?

6 Dal ciel discesce, e col mortal suo, poi

Dal ciel discesce, e col mortal suo, poi

che visto ebbe l’inferno giusto e ‘l pio,

ritornò vivo a còntemplare Dio,

per dar di tutto il vero lume a noi:

Lucente stella, che co’ raggi suoi

fe chiaro, a torto, el nido ove naqqu’ io;

nè sare ‘l premio tutto ‘l mondo rio:

Tu sol, che la creasti, esser quel puoi.

Di Dante dico, che mal conosciute

fur l’opre suo da quel popolo ingrato,

che solo a’ iusti manca di salute.

Fuss’ io pur lui! c’a tal fortuna nato,

per l’aspro esilio suo, con la virtute,

dare’ del mondo il più felice stato.

7 Quante dirne si de’ non si può dire

Quante dirne si de’ non si può dire,

chè troppo agli orbi il suo splendor s’accese:

Biasmar si può più ‘l popol che ‘l offese,

c’al suo men pregio ogni maggior salire.

Questo discese a’ merti del fallire,

per l’util nostro, e poi a Dio ascese:

E le porte che ‘l ciel non gli contese,

la patria chiuse al suo giusto desire.

Ingrata, dico, e della suo fortuna

a suo danno nutrice; ond’ è ben segnio,

c’ a’ più perfetti abonda di più guai.

Fra mille altre ragion sol ha quest’ una:

Se par non ebbe il suo esilio indegnio,

simil uom nè maggior non naqque mai.

8 Se’l mie rozzo martello i duri sassi

Se’l mie rozzo martello i duri sassi

forma d’uman aspetto or questo o quello,

dal ministro, ch’el guida iscorgie e tiello,

prendendo il moto, va con gli altrui passi:

Ma quel divin, ch’in cielo alberga e stassi,

altri, e sè più, col proprio andar fa bello;

e se nessun martel senza martello

si può far, da quel vivo ogni altro fassi.

E perchè ‘l colpo è di valor più pieno

quant’ alza più se stesso alla fucina,

sopra ‘l mie, questo al ciel n’è gito a volo.

Onde a me non finito verrà meno,

s’ or non gli dà la fabbrica divina

aiuto a farlo, c’ al mondo era solo.

9 La Notte, che tu vedi in sì dolci atti

Caro m’ è ‘l sonno, e più l’esser di sasso

La Notte, che tu vedi in sì dolci atti

dormir, fu da un Angelo scolpita

in questo sasso, e perchè dorme ha vita:

Destala, se nol credi, e parleratti.

Caro m’ è ‘l sonno, e più l’esser di sasso,

mentre che ‘l danno e la vergogna dura:

Non veder, non sentir, m’ è gran ventura;

però non mi destar, deh! parla basso.

10 Di morte certo, ma non già dell’ora

Di morte certo, ma non già dell’ora;

la vita è breve, e poco me n’avanza;

diletta al senso è non però la stanza

a l’alma, che mi priega pur ch’ i’ mora.

Il mondo è cieco, e ‘l tristo esempio ancora

vince e sommerge ogni prefetta usanza;

spent’ è la luce, e seco ogni baldanza;

trionfa il falso, e ‘l ver non surge fora.

Deh quando fie, Signor, quel che s’aspetta

per chi ti crede? ch’ ogni troppo indugio

tronca la speme, e l’ alma fa mortale.

Che val che tanto lume altrui prometta,

s’ anzi vien morte, e senz’ alcun refugio

ferma per sempre in che stato altri assale?

11 Qui vuol mie sorte c’anzi tempo i’ dorma

Qui son morto creduto; e per conforto

Qui vuol mie sorte c’anzi tempo i’ dorma:

Nè son già morto: e ben c’ albergo cangi,

resto in te vivo, c’ or mi vedi e piangi;

se l’un nell’altro amante si trasforma.

Qui son morto creduto; e per conforto

del mondo vissi, e con mille alme in seno

di veri amanti: adunche, a venir meno, per tormen’ una sola non son morto.

Acquistando una card La mia Opera puoi scegliere le recite che più ami. Puoi creare la stagione lirica a tua misura o puoi regalare la card a chi vuoi.

Adori la musica sinfonica? È il momento di scoprire I miei Concerti, la card per creare la tua stagione sinfonica personalizzata oppure da regalare a chi vuoi.